giovedì 17 novembre 2011

Il mangiatore di cachi che amava gli haiku


Vasi di fiori
ben allineati
presso il barbiere

Nascondendo le montagne
il nuovo fogliame scintilla
al sole del mattino

Notte breve
qualche luce ancora accesa
al porto

martedì 15 novembre 2011

La vita a Scicli era diversa...



La vita a Scicli era diversa, diversa da qui, diversa da adesso. La noia a Scicli faceva parte dell’arredamento, come una tappezzeria, come uno sfondo da fotografo, il cui colore finiva per tingere un po’ tutte le esperienze della vita quotidiana. Forse dovrei togliere quotidiana. La vita a Scicli era in qualche modo un po’ colorata… Ma non c’erano i gialli, mancavano i rossi, i verdi, e anche di notte mancavano i blu. Che belli i blu… 

I colori di Scicli erano stinti, slavati un po’ grigi. E’ come se fossero colori mescolati con la terra, col fango con la malinconia… Impastati con l’assenza di felicità, senza tempo, in un susseguirsi di giorni poco dissimili, tutti uno in fila all’altro, con lievi variazioni, come il paesaggio nell’ora d’aria dei galeotti. Condannati a non vedere i colori, a non sentire i rumori, i sapori di una vita diversa… magari migliore. Anzi certamente migliore. 

Eppure bastava poco, bastava allontanarsi un po’, per vedere… A parte che poi, quando ritornavi a casa, a Scicli, la sofferenza aumentava. Perché avevi visto qualcos’altro. Forse migliore. Anzi certamente migliore. 

Ma prima di capire che bisognava uscire dal quel cerchio stregato, ce n’è voluto di tempo. Tanto tempo. Ma molto meno di quello che mi era sembrato. Perché intanto a Scicli bisogna viverci, bisogna respirare, bere, mangiare, pensare e amare qualcuno, possibilmente. Perché queste azioni ti fanno sentire ancora vivo. 

Abitavo in una piccola strada. Periferica di questo mondo periferico. Vivevo in un’orbita esterna della civiltà, come in un sogno dettato dalla febbre. La via dei Nossi, al numero trentanove. Vicina al cimitero, dove l’asfalto della strada lascia il posto allo sterrato. Vicino ad una officina e ad un deposito di attrezzature edili. Nel deposito di attrezzature edili ci abitavano, ed era anche una bella famiglia… Ma non era vicino a casa mia. Io stavo più distante, dove abitavo io, c’erano “i sardi”, e mi facevano paura. 

Per me che venivo da un altro mondo “i sardi” non erano i nativi della Sardegna, ma un’etnia completamente diversa, una razza diversa, forse animali diversi cresciuti a pane e violenza. A pane e violenza. Non ci ho mai fatto pane insieme… Violenza sì. Qualche volta. Giusto per non imparare a subire. Forse è lì che ho imparato a nuotare. Nel mare dell’umanità. Ho imparato da solo a stare a galla, difendendomi con accanimento dagli attacchi della vita, dagli attacchi della violenza gratuita. 

Quando uscivo, per lo più per fare piccole commissioni, camminavo rasente i muri, velocemente, facendo la faccia cattiva e concentrata in un punto lontano davanti a me… Quasi fossi un animale ferito, cattivo, e pericoloso che cerca un rifugio nel nulla e nel mai. Spiavo dalle persiane quando era il momento migliore di uscire, perché, non fosse solo la solitudine la mia compagna di giochi. Andavo, rapidamente, per i vicoli, rasente i muri… e tornavo. E al ritorno rivedevo tutto il tragitto e respiravo. 

Quando ebbi una collezione consistente di questi momenti, cominciai a respirare. Cominciai a rilassarmi, quel tanto che bastava per non agonizzare. E piangevo, rivedendo i colori, la gente della città che avevo lasciato. E che non avrei visto più… Forse. 

Avevo un fratello, si chiamava… si chiama Regio. Non lo amavo. Era un problema in più. Una bocca in più da sfamare al desco della felicità. Merce rara la felicità. Una cosa che mancava sempre alla nostra tavola. 

Lupo era mio padre, mia madre si chiamava Nina, poi c’ero io, Destro, e mio fratello Regio, di otto anni più piccolo di me. Il pane non mancava, e nemmeno il companatico, e qualche volta anche qualcosa di più. Ma la serenità, per non parlare della felicità… quella, mancava sempre. Era come vivere in uno stato febbrile permanente. Però noi eravamo diversi dai “sardi”. Noi venivamo dalla città e avevamo un’educazione. Avevamo studiato, o poco o tanto, e noi ragazzi continuavamo a studiare. L’aspetto positivo è che a Scicli la scuola era meno impegnativa che in città, gli insegnanti si accontentavano di più. Anzi direi che la scuola a Scicli era una passeggiata, anche quando non sapevi una cosa. Bastava dire con educazione che non avevi studiato e spiegare il perché era successo. Non dovevo andare in campagna a lavorare, non avevo saltato la scuola per andare a rubare… Bastava dire la verità e ti perdonavano, e ti rispiegavano quello che non sapevi. C’era qualcuno fra questi insegnanti che mi ha cambiato la vita… In bene, qualcun’altro in meglio. 

Arrivò anche il giorno che dovetti affrontare i miei incubi… Una specie di imboscata. Ma non fu una tragedia come immaginavo. “I sardi” avevano una sorta di codice d’onore, e mi concessero di sopravvivere. In qualche modo. Dovetti picchiare. Feci amicizia con la violenza e la ferocia e capii presto che queste due sorelle possono essere, in qualche maniera, anche seduttive. Alla fine mi riconobbero una specie di rispetto.
...

giovedì 3 novembre 2011

Per anni ho aspettato

Per anni ho aspettato che la mia vita cambiasse.
Invece ora so che era lei che aspettava che cambiassi io.
F.V.

martedì 1 novembre 2011

La comunicazione visiva (2)

La comunicazione visiva: è un sistema organizzato di segni (forme e colori)
Il trasferimento o veicolo di un idea  si realizza con modalità e mezzi diversi. I mezzi sono: segno, forma e colore. (*)
La prevalenza del segno porta ad una comunicazione essenzialmente grafica, così come la prevalenza del colore trasforma il linguaggio in pittoricismo ecc. Quindi:
segno   >  linguaggio grafico 
colore   >  linguaggio pittorico
Per produrre un segno, sono necessari: lo spazio, e l'intenzionalità, cioè chi svolge questa azione (segnica).
L'interazione di questi due elementi dà luogo al linguaggio grafico. Il segno è legato all'istinto, all'immediatezza, al gesto, al desiderio insopprimibile di comunicare.
Qui si apre uno scenario nuovo... il segno è causa o effetto?
Il segno è causa dell'esigenza di comunicare oppure è l'effetto della necessità di comunicare?
Perché è ormai evidente che l'evoluzione della tecnica è fortemente legata all'evoluzione del segno, quindi della comunicazione, possiamo ragionevolmente supporre che il primo strumento fossero le unghie... Quindi il primo segno, graffio, la prima traccia fatta con le unghie (prima che con le dita o con uno strumento) su una superficie, implica necessariamente un processo mentale. Un processo cognitivo.
A questo punto occorre esaminare le cose da un altro punto di vista... Prima di comunicare qualcosa, bisogna percepire qualcosa. Alcuni studiosi  del linguaggio, hanno stabilito che all'interno di un sistema di comunicazione, un elemento fondamentale è la semplificazione.
Ce ne rendiamo conto quando prendiamo appunti, con abbreviazioni, segni, simboli e schemi.
Un segno può essere: Contorno o segno chiuso, Texture e Traccia o segno aperto.
Il contorno è usato per definire un oggetto.
La texture è usata per definire profondità, per collocare l'oggetto in uno spazio (virtuale) tridimensionale.
La traccia è usata per definire un vettore, una direzione, una relazione oltre che oggetti filiformi e/o in movimento.
Ogni segno per esistere deve avere un proprio spazio, cioè una superficie che lo ospita. La superficie può essere organica o inorganica.
Ogni superficie ha una propria struttura .La superficie organica ha una struttura disomogenea, cioè possiede un punto di attrazione, mentre la tessitura nelle superfici inorganiche è regolare, omogenea, priva di punti di attrazione.
I punti di attrazione sono definiti da vari concetti: Concentramento (1), Diluizione (2), Mancanza (3), Interruzione di continuità (4), Disordine (5) e Ridefinizione (6).
I punti di attrazione possono a loro volta essere organici e disorganici.






















Sulla percezione occorre definire alcuni concetti, quali: vicinanza (fig. 3-4), somiglianza di colore e di forma (fig. 5-6) e continuità (di direzione. 






La vicinanza, all’interno di una scena, tende a far percepire gli elementi uniti tra loro.
In questo caso si percepiscono, come facenti parte di un gruppo, le linee più vicine.

  
 

Somiglianza (di forma e di colore): gli elementi tendono a unificarsi tra loro, se possiedono caratteristiche comuni. 

Continuità di direzione. Alcuni elementi distinti tra loro, tendono ad essere percepiti come un tutto unico. E’ interessante capire come viene letta l’immagine, se come xy+tz oppure come ty+xz.


venerdì 28 ottobre 2011

La comunicazione visiva



parte prima
Le prime forme di comunicazione visiva risalgono al paleolitico. Le pittore rupestri non hanno una funzione pratica, ma sono una forma primordiale di comunicazione visiva, in quanto il preciso intento dello sciamano-artista è quella di ingraziarsi la sorte. Cioè assicurarsi una caccia fortunata, per i giorni a venire.

Questo tipo di comunicazione risulta essere intenzionale e causale. Intenzionale perché è voluta (dallo sciamano-artista), e causale perché si presta ad una decifrazione, ad una interpretazione.
Intenzionale>volontarietà
Causale>interpretazione
Da qui la storia dell'arte può essere vista come un ampio catalogo di trasformazioni dell'oggetto visivo, attraverso il tempo, lo spazio, la cultura ecc. 
La rappresentazione bi-tridimensionale dell'oggetto viene di volta in volta interpretata, filtrata e restituita attraverso parametri sempre diversi. Parametri che sono generati dai multiformi aspetti dell'esistenza umana. Così come il cambiamento climatico, in qualche modo determina modificazioni che si riflettono a cascata nella vita quotidiana, nello stesso modo la comunicazione visiva risente dei continui cambiamenti culturali, ma non solo, anche sociali o addirittura antropomorfici. Agli antipodi delle pitture rupestri troviamo vari tentativi di comunicazione visiva, le cui radici sono, probabilmente, la necessità di segnare il territorio, con dei segni, dei graffi, delle incisioni praticate prima sui tronchi degli alberi, poi sulle pareti di pietra delle caverne. 
Un senso a questa ipotesi suò trovare tracciando un parallelismo tra l'attività segnica e l'evoluzione della tecnologia. Ci sarebbe quindi da presupporre, a buona ragione, che "il segno non segue la funzione" ma viceversa. Cioè il significato si dà a qualcosa che già esiste. Diversamente sarebbe un atto creativo, che decisamente non fa parte delle possibilità umane.
Ma il significato viene attribuito al segno (o il segno nasce da una necessità di comunicazione), la semantica nasce dal fonema?
segue

lunedì 24 ottobre 2011

Non discutere mai...

Non discutere mai con un ignorante...
Prima ti porta al suo livello...
E poi ti batte.
Con l'esperienza